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Vittorio Tredici, un fondatore del PSd’Az “Giusto fra le Nazioni”

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Ufficiale combattente decorato al valor militare nella Grande Guerra, Vittorio Tredici (Iglesias 1892 – Roma 1967) fu uno dei più importanti fondatori del PSd’Az e animatore del sardismo cagliaritano nel primo dopoguerra.

Dopo aver combattuto lo squadrismo con le camicie grigie sardiste al fianco di Emilio Lussu, in seguito aderì al sardo-fascismo con Egidio Pilia, Giovanni Cao, Enrico Hendric e Paolo Pili, che sognavano di influenzare in senso autonomista e sardista il fascismo isolano.

Fu prima commissario prefettizio (1924-1926) e quindi Podestà (1927-1920) di Cagliari, dove operò con onestà ed efficienza.

Esperto di questioni industriali e minerarie fu imprenditore, dirigente sindacale di Società ed Enti del settore, Deputato al Parlamento del Regno.

Trasferitosi a Roma operò sino a cadere in disgrazia presso il fascismo per la sua opposizione all’entrata in guerra e alle politiche razziste del regime.

Deluso, meno oberato da impegni politici e di lavoro, prese parte attiva alla vita della sua parrocchia di Santa Lucia, circonvallazione Clodia.

Il parroco Ettore Cunial, suo intimo amico, raccontava che Tredici era il “factotum dell’Azione Cattolica e delle opere di carità della Parrocchia”.

Il parroco aveva dato vita, per venire incontro ai più poveri, alle Comunità di palazzo che durante l’occupazione tedesca furono la base della rete di soccorso e resistenza nella quale Vittorio ebbe un ruolo di rilievo.

Dal 16 ottobre 1943, giorno d’inizio della razzia nazista nel Ghetto romano, Tredici e la sua famiglia salvarono famiglie di Ebrei che evitarono così di essere uccisi nei lager di sterminio nazisti e furono aiutate anche dopo la Liberazione di Roma.

Quella mattina, una giornata grigia e fredda bagnata da pioggia insistente, un camion di militari tedeschi si fermò in via Sabotino 2a, di fronte all’abitazione di Tredici.

Era coperto da un telone scuro. Alcuni curiosi si erano fermati ad osservare la scena.

Non si trattava di un normale trasporto di truppe. Il camion era pieno di civili, uomini, donne, vecchi e bambini.

Era iniziata la grande razzia degli Ebrei romani nella Roma occupata dai nazisti.

Prima dell’alba i tedeschi avevano bloccato le vie d’accesso alla zona e iniziato a portare via le famiglie, casa per casa.

Nell’azione erano impegnate, oltre a un commando inviato da Adolf Eichman e guidato dal suo collaboratore fidato Denneker, alcune compagnie messe a disposizione dal comandante la piazza di Roma Stahel: 365 uomini.

Gli italiani fascisti erano stati impegnati nell’organizzazione logistica.

La città era stata divisa in 26 settori. In ognuno era operativa una squadra con camion che si muovevano in base ad un elenco nominativo su cui era indicato l’indirizzo di ogni famiglia ebrea.

I militari tedeschi cercavano in via Sabotino la famiglia Funaro: l’unica famiglia di ebrei nel palazzo.

Il portiere avvisò i Funaro che si precipitarono fuori di casa, un appartamento al quinto piano.

Con l’ascensore scesero al primo mentre i tedeschi salivano le scale. Il portiere li nascose prima nel vano dell’ascensore e avvertì Vittorio Tredici che li fece entrare nel suo appartamento, dove viveva con la moglie e i nove figli.

I tedeschi in casa Funaro trovarono solo Rodolfo, il padre di Vittorio Funaro, malato e immobilizzato.

Il portiere disse loro che aveva una gravissima malattia infettiva e i tedeschi lasciarono lo stabile di via Sabotino a mani vuote.

Il camion, dopo essersi fermato agli altri indirizzi della zona, si diresse verso Sud per il lungotevere e a mezzogiorno raggiunse il punto di raccolta nel Collegio militare in Via della Lungara.

Qui 1265 persone -chi ancora in camicia da notte, chi vestito alla meglio- sotto la minaccia delle armi (donne, bambini, uomini anziani) vagavano per gli stanzoni cercando conforto.

Dopo due giorni  furono deportati ad Auschwitz su carri bestiame piombati. Ritornarono soltanto in quindici.

I Funaro nella casa di Tredici ripresero fiato. Rodolfo salì nel suo appartamento a prendere il padre malato e con l’aiuto di Tredici trovò una sistemazione per la moglie Virginia e il figlioletto Massimo in un istituto di Suore a Monteverde.

Rodolfo, il padre e la madre Ester Gay si rifugiarono altrove.

Successivamente Vittorio Tredici collaborò col parroco Cunial per nascondere ebrei, ricercati e partigiani nei locali della chiesa. Tredici era un cattolico praticante e frequentava la Parrocchia soprattutto dopo che il fascismo lo aveva respinto per la sua opposizione alla guerra e alle leggi razziali.

Per questo poté partecipare a una delle reti di aiuto agli Ebrei in fuga che vide laici e religiosi operare a Roma assieme per salvare tanti Ebrei dai nazifascisti.

L’attività di Tredici e del suo parroco non era un’eccezione nella Roma occupata che vide moltissimi Romani trovare un coraggio e una determinazione che forse neppure i tedeschi sospettavano, e che dimostrarono come le leggi razziali fossero respinte dalla maggioranza della popolazione.

Oltre 4000 ebrei furono salvati dalle reti della chiesa cattolica e dai cittadini sino a quando gli Angloamericani entrarono nella Città eterna il 4 giugno del 1944 e la liberarono.

L’attività di Vittorio Tredici si estese al sostegno della Resistenza a Roma, con grande rischio della vita sua e della famiglia.

Nel dopoguerra una sentenza riconobbe che tutte le attività dl Vittorio Tredici durante il regime fascista erano state di natura tecnica e Vittorio fu assolto da ogni responsabilità.

In seguito un provvedimento della Sezione speciale per le epurazioni del Consiglio di Stato lo reintegrò nel lavoro.

Per le sue attività umanitarie, per aver rischiato la vita nel salvare da morte sicura famiglie di Ebrei, Vittorio Tredici ottenne postumo il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni che gli fu conferito il 16 giugno 1997.

L’ambasciatore israeliano in Italia consegnò ai familiari una medaglia e un attestato il 20 novembre del 1997, il suo nome fu iscritto sul Muro d’onore o Muro dei giusti nel Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem a Gerusalemme.

La memoria di questi Giusti -anche altri Sardi lo furono- non deve andare perduta. 

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