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Storia - Dalla caduta del Fascismo alle elezioni del 1948

Indice articoli

Dalla caduta del Fascismo alle elezioni del 1948

 

L'arrivo degli Alleati il 29 settembre 1943 risparmiò all'isola le tragedie della guerra civile (seppur nello stesso anno la Sardegna subì ugualmente i disastrosi bombardamenti degli anglo-americani). Sotto il Regno del Sud, in Sardegna (Regio Decreto n. 21) venne istituito l'Alto Commissariato italiano della Sardegna alle dirette dipendenze del Capo del Governo Regio. L'incarico, fino alla primavera del 1949, fu affidato al generale di squadra aerea Pietro Pinna. In una Sardegna praticamente isolata dal resto d'Italia, il Partito Sardo d'Azione si avviò verso la ricostituzione. Dopo un congresso clandestino, celebratosi a Bono il 21 giugno 1943 a guerra non ancora ultimata, nel novembre dello stesso anno, uscì a Sassari, a opera del Direttore Luigi Battista Puggioni, i Lineamenti del programma politico del Partito Sardo d'Azione. In questo opuscolo vennero ribaditi i valori storici e i programmi del Partito: missione storica dei Sardi, richiesta dell'autonomia amministrativa, cooperativismo.

Grazie alla presenza capillare dei suoi dirigenti, in poco tempo il Partito riuscì a costituire 251 sezioni e a contare circa 37.000 iscritti. Erano due le aspettative che animavano la base sardista: l'arrivo del capo carismatico Emilio Lussu dopo gli anni dell'esilio e dell'impegno nella guerra partigiana e la convocazione di un congresso. Dopo la caduta del Fascismo l'idea di una separazione totale dall'Italia (idea amplificata dall'isolamento che gravava sull'isola) divenne maggioritaria nei sardisti; proprio la venuta di Lussu sarebbe stata la scintilla che avrebbe instaurato una Repubblica indipendente sarda. Lussu arrivò a Cagliari il 30 giugno del 1944, accolto trionfalmente. Ma nei comizi che tenne in tutta l'isola, deluse la base dalle propensioni indipendentiste, cercando, al contrario, di coinvolgerla in un più ampio discorso di guerra partigiana. Lussu ripartì dopo alcuni giorni di soggiorno nell'isola per raggiungere la penisola. La celebrazione del VI° congresso si svolse un mese più tardi a Macomer, dove delegati festanti arrivarono da ogni parte dell'isola con mezzi di fortuna. La fazione indipendentista capeggiata da Giuseppe Barranu, Michele Columbu, Antonello Bua aveva con sé la maggioranza del Partito, ma la dirigenza, sotto precisa indicazione di Lussu (era invece assente, bloccato nella penisola, Camillo Bellieni) e col contributo decisivo di Francesco Fancello, fece approvare un documento che nel bloccare le ambizioni separatiste tendeva a legare i sardisti alle iniziative del Partito d'Azione. Il confronto era però solamente rimandato. A riaccendere le polveri furono i cosiddetti "fatti di Piazza Yenne". Il 18 gennaio del 1945 a Cagliari, a seguito di alcune voci che invitavano i giovani sardi alla chiamata alle armi per compiti di facchinaggio a fianco degli Alleati, una manifestazione di protesta sfociò in disordini e arresti indiscriminati ai quali seguirono assalti alle caserme e ai commissariati. Buona parte degli oratori e degli arringatori della protesta proveniva dal movimento giovanile sardista. Inoltre il dibattito sul separatismo infuocava le pagine della rivista sassarese "Riscossa". Il congresso indetto per il marzo 1945 avrebbe dunque chiarito le posizioni istituzionali e di politica-sociale. Alla contrapposizione tra autonomisti e indipendentisti si aggiungeva dunque quella di chi era favorevole a sposare posizioni di tipo socialiste e marxiste e chi propendeva per le classiche posizioni di teoria economica sardista. La presenza questa volta di due figure carismatiche quali quelle di Emilio Lussu e Camillo Bellieni infiammò il congresso. Il primo spinse per il ripudio totale del separatismo e per l'abbraccio verso posizioni di economia di tipo socialista, il tutto in conformità con gli orientamenti del Partito d'Azione, del quale il Partito Sardo sarebbe stata la versione isolana. Totalmente contrario si mostrò Bellieni per il quale la soluzione istituzionale sarebbe stata da vagliare dopo l'esito della forza elettorale del partito e inoltre il teorico del sardismo si mostrò ferocemente avverso alle prospettive di fusione col Partito d'Azione. L'unione delle relazioni di Puggioni, Salvatore Cottoni, Gonario Pinna, Bartolomeo Sotgiu e Luigi Oggiano scaturì nella mozione finale che parlava di repubblica federale e riforma agraria; prima però della conclusione del congresso Lussu chiese l'approvazione di un ordine del giorno della sezione di Cagliari di chiara impronta azionista, ma il documento venne clamorosamente bocciato dai 2/3 dei delegati, provocando l'ira di Lussu che abbandonò la sala con alcuni sardisti provenienti dal Partito d'Azione, proprio nel momento in cui Bellieni parlava dalla tribuna. La direzione uscente fu riconfermata e si adoperò in tutti i modi per ricucire lo strappo con Lussu, che avvenne qualche mese più tardi, ma le tensioni interne vennero solamente rimandate, anche perché incombevano le prime elezioni libere, quelle amministrative e quelle per l'Assemblea costituente.

Il banco di prova per misurare la reale forza del partito diede dati abbastanza disomogenei: il partito si mostrava forte nel nuorese, con percentuali che superavano quelle delle sinistre, e a Cagliari e nel suo hinterland. Nelle prime elezioni comunali del capoluogo dopo la guerra i sardisti ebbero col 21,5% un punto in meno dei socialcomunisti. Diversa era la situazione nel sassarese dove a una fortissima Democrazia Cristiana e al blocco socialcomunista, si affacciava la formazione dell'Uomo Qualunque, che guadagnava una parte dei consensi del ceto medio (si era inoltre aggiunta una formazione dichiaratamente indipendentista, la Lega Sarda, fondata da un ex-sardista, Bastià Pirisi). Le elezioni per l'Assemblea costituente confermarono questa tendenza: una buona forza nel cagliaritano (seppur con un arretramento di consensi a vantaggio dell'UQ), straripante nel nuorese, dove ottenne 1/4 dei consensi, secondo solo alla Democrazia Cristiana, e ancora un indebolimento nel sassarese e soprattutto nella Gallura (7,5% su scala provinciale). Col 15% regionale, il Psd’Az, elesse due rappresentanti: Emilio Lussu e Pietro Mastino. L'obiettivo fu quello di formulare uno Statuto regionale che esaltasse la specialità dell'isola, così come era negli intendimenti del sardismo del primo dopoguerra. Un cammino avviatosi con l'insediamento della prima Consulta il 29 aprile 1945 che, a composizione paritetica dei partiti, affiancava il lavoro dell'Alto Commissario. Le prime elezioni libere avevano dato una misura della reale forza dei partiti, con un predominanza della DC e maggiori consensi del PCI nei confronti del Psd’Az, che perdeva dunque la propria centralità nello scenario politico sardo. La discussione sullo statuto autonomo ebbe una svolta il 7 maggio 1946 con la proposta di Lussu e Mario Berlinguer di estendere anche alla Sardegna lo Statuto siciliano che garantiva un'ampia autonomia: la proposta venne bocciata e i consultori sardisti, contrariamente alle indicazioni della direzione del partito votarono clamorosamente contro.

L'VIII congresso, aperto dal segretario Giovanni Battista Melis, che aveva sostituito il dimissionario Puggioni nel giugno 1945 (che aveva preferito dedicarsi al giornale del partito "Il Solco" che, da Sassari, dirigeva con successo insieme a Bartolomeo Sotgiu), oltre agli strascichi della vicenda dello Statuto, si portava appresso i primi nodi della costruzione della nuova Italia repubblicana. Furono portati all'attenzione i casi dell'ALAS di Macomer, della compagnia di navigazione Sardamare e della compagnia aerea Airone. Inoltre continuava la discussione, che aveva visto un interessante scambio di opinioni tra Gonario Pinna e Lussu, intorno alla questione sociale del partito e a una politica rivolta verso i "ceti medi". Il congresso diede indicazioni affinché il partito si desse una struttura più centralizzata e efficace. La scelta, a suo tempo, di Melis, che, per volere di Lussu, aveva rimpiazzato a Cagliari il vuoto dirigenziale dopo l'abbandono di Angioy e della fazione indipendentista, si rivelò azzeccata.

Gli avvenimenti successivi all'VIII congresso furono il riflesso delle note vicende italiane e mondiali. La scissione di Palazzo Barberini e la fine del III Governo De Gasperi, con l'allontanamento dei socialcomunisti dall'area di governo, videro Lussu impegnato nel traghettare ciò che restava del Partito d'Azione nel PSI, per rafforzare il blocco delle sinistre. Il Psd’Az si trovò disorientato dall'azione del suo uomo di maggior prestigio. Le intenzioni di Lussu erano quelle di portare il Partito Sardo d'Azione nell'alveo del socialismo italiano, tramite un patto federativo, ma dichiarò d'esser pronto a subordinare questa scelta dopo il congresso del partito. Ai sardisti dunque fu offerta l'adesione al Fronte Democratico Popolare nella composizione di liste comuni in funzione anti-democristiana e antiamericana. Il Direttorio, riunitosi a Macomer il 18 febbraio 1948, respinse ogni possibilità di accordo coi socialcomunisti e con altre forze politiche, ribadendo d'esser l'unica forza politica a difesa del popolo sardo. Nelle storiche elezioni del 18 aprile del 1948 il Psd’Az, subì un vistoso arretramento di consensi (10,3%); tuttavia riuscì a eleggere un deputato, Giovanni Battista Melis, e un senatore, Luigi Oggiano.

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